Io non voglio il falso perché voglio la sicurezza

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Nell’ambito delle proprie iniziative promozionali e di sostegno al sistema consumeristico, la Direzione Generale Lotta alla Contraffazione – UIBM (Ufficio Italiano Brevetti e Marchi, presso il Ministero dello Sviluppo Economico) intende dare un contributo al miglioramento della “percezione sociale” sulla Proprietà Industriale e sul contrasto al fenomeno della contraffazione.
“Contraffare” significa in senso lato riprodurre un bene in modo tale che venga scambiato per l’originale.
Il termine va messo in relazione ai titoli di proprietà industriale. Contraffare significa quindi più propriamente produrre, importare, vendere o impiegare prodotti o servizi coperti da un titolo di proprietà industriale (marchio, brevetto, disegno/modello) senza l’autorizzazione del titolare.

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La contraffazione è un fenomeno antichissimo, che oggi tuttavia ha assunto caratteristiche tali da renderlo fenomeno particolarmente grave. La contraffazione è infatti pervasiva, globale e campo di azione della criminalità organizzata. Riguarda tutti i settori produttivi: dall’abbigliamento ai farmaci e cosmetici, dall’alimentare agli oggetti di design, dai giocattoli alla meccanica. In tal senso altera le regole di funzionamento del mercato concorrenziale, danneggiando le imprese che operano nella legalità, e rappresenta un pericolo per la sicurezza e la salute dei consumatori. La contraffazione danneggia inoltre il sistema economico nel suo complesso perché sottrae alla collettività posti di lavoro e allo Stato entrate fiscali.
Data la gravità del fenomeno, accentuata anche dalla possibilità di diffusione via internet, notevole è stato, negli ultimi anni, l’impegno delle istituzioni (amministrazioni pubbliche centrali e locali, associazioni imprenditoriali e dei consumatori, forze dell’ordine) per prevenirlo e contrastarlo e incisivo l’intervento del legislatore per inasprire le pene per i contraffattori.
Con quest’ottica, l’Ufficio Brevetti ha realizzato un progetto di comunicazione e informazione che agisce per il tramite delle associazioni di consumatori e che ha soprattutto come obiettivo quello di coinvolgere direttamente e attivamente il cittadino-consumatore.
L’azione si sviluppa fornendo ai cittadini, nella loro veste di consumatori, nuovi stimoli e motivazioni per motivarli ad informarsi e impegnarsi in modo attivo contro il fenomeno della contraffazione, che raggiunto livelli di diffusione considerevoli, ed in alcuni casi preoccupanti.
Con obiettivo di Sensibilizzare i cittadini/consumatori affinché contribuiscano correttamente ad affermare il principio di un acquisto consapevole, legale e senza danno, si è dato vita alla campagna di comunicazione e informazione “Io non voglio il falso perché voglio la sicurezza”, che rientra in un protocollo d’intesa la DGLC-UIBM e otto Associazioni di consumatori (Acu, Adiconsum, Adoc, Assoutenti, Codici, Federconsumatori, Movimento consumatori, Movimento difesa del cittadino).
Nell’ambito di queste associazioni, sono stati aperti 32 sportelli informativi distribuiti su tutto il territorio nazionale. Inoltre, è stata condotta un’indagine conoscitiva sulla percezione del fenomeno della contraffazione da parte dei consumatori.
Dai risultati di tale indagine è risultato che solo il 14,65% del campione degli acquirenti ha dichiarato di avere acquistato prodotti contraffatti e che il 90% del campione sa che comprare prodotti contraffatti è un reato.
Tuttavia, la necessità di iniziative più incisive per la diffusione della consapevolezza che il danno derivante dalla contraffazione non colpisce solamente i produttori, ma più in generale lo stato e l’economia della nazione, risulta dal fatto che comunque quasi il 73% degli acquirenti mostra uno scarso senso civico, dichiarando di non sentirsi in colpa nei confronti del fisco, né per aver alimentato gli interessi della malavita organizzata, né per aver danneggiato l’economia.
Questo è evidentemente il frutto di una cultura dura da sradicare, nella quale l’interesse personale non solo viene posto davanti a quello della comunità, ma addirittura annienta quasi totalmente quest’ultimo.
Come noto, i prodotti contraffatti più acquistati sono capi di abbigliamento e accessori, prevalentemente su bancarelle, da ambulanti e venditori abusivi, ed il prezzo rappresenta il principale stimolo all’acquisto del contraffatto (il 91,4% lo dà come primo o secondo motivo) mentre spesso non si riscontra una significativa differenza di qualità con l’originale: il 71,2% dichiara anzi che è soddisfatto di ciò che ha comprato e che ripeterà la scelta.
Una successiva fase dell’indagine ha evidenziato invece una percentuale di intervistati che ha ammesso l’acquisto di prodotti contraffatti pari al 30,6% del campione. Si ritiene, tuttavia, che questo dato sia sottostimato rispetto a quanto comunemente percepito.
Curioso poi il fatto che quasi il 96% degli intervistati sia a conoscenza che i prodotti contraffatti possono essere dannosi per la salute, ma il motivo economico (prezzo conveniente) continua a dominare fortemente tra le cause di acquisto di questi prodotti (79,8%).
Dall’indagine si giunti poi a ritenere che, soprattutto nelle categorie alimentare, cosmetici e giocattoli, è più facile che l’acquisto avvenga in modo inconsapevole a causa della non conoscenza profonda del mercato originale.
Ecco che allora qualsiasi iniziativa assume importanza fondamentale per condurre una lotta quanto più possibile efficace contro la contraffazione.
Il target a cui il progetto si rivolge è composto da consumatori, uomini e donne, italiani e stranieri residenti in Italia, appartenenti a tutte le fasce d’età, ma in particolare tende ad indirizzare le iniziative ai giovani.
Il soggetto che potrà ottenere dei finanziamenti dovrà coinvolgere la Direzione Generale Lotta alla Contraffazione – UIBM in tutte le iniziative e manifestazioni riguardanti la proprietà industriale e la lotta alla contraffazione, anche diverse dal progetto oggetto di finanziamento del Decreto. Al soggetto beneficiario del finanziamento potrà essere richiesta dalla Direzione Generale Lotta alla Contaffazione-UIBM la divulgazione dei materiali da essa promossi e realizzati, che gli saranno forniti di volta in volta.
E’ compito quindi delle associazioni dei consumatori presentare all’UIBM dei progetti per dare vita ad iniziative volte a tale scopo, e per queste avere accesso ai necessari finanziamenti.

Whisky, per l’uomo che non deve chiedere. Anzi, no!

 

Il titolare del marchio “CLAN“, depositato presso EUIPO (Ufficio della Proprietà Intellettuale Europeo) nella classe 33 (bevande alcooliche con esclusione di vino e birra), e con particolare riferimento a Whisky di produzione scozzese, riteneva che tale BottWhiskybevanda costituisse una categoria a parte, strettamente correlata ad un’idea di mascolinità e quindi “riservata” ad intenditori talmente devoti da dare vita quasi ad un culto in circoli di degustazione riservati.

In virtù di questa congettura, il titolare di questo marchio riteneva esso non confondibili rispetto al precedente marchio “CLAN MACGREGOR“, dato che un vero “intenditore” non avrebbe mai confuso i due segni.

Ovviamente l’EUIPO non è stato di questa idea e ha respinto la domanda di registrazione sulla base della confondibilità con il marchio anteriore. Stesso risultato è stato ottenuto presso la Commissione dei Ricorsi e poi davanti alla Corte Generale EU.

Si è ritenuto, infatti, che il Whisky è una bevanda di uso da parte del pubblico in generale, che quindi non essendo a tal punto qualificato, è portato a confondere i due marchi, in quanto visivamente e foneticamente simili, almeno nella parte iniziale. Nonostante la presenza del termine “MACGREGOR” nel marchio antecedente, la Corte ha riscontrato inoltre una similarità concettuale tra i due segni. Ulteriori ed approfonditi dettagli possono essere trovati nella decisione Case T-250/15, Speciality Drinks Ltd v EUIPO (24 November 2016)

Per informazioni sui marchi

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Cosa è un brevetto e a cosa serve

Il brevetto protegge un’invenzione.

Un’invenzione rappresenta la soluzione nuova ed originale di un problema tecnico.

Il proprietario di un brevetto detiene il diritto di impedire che altri brevettiutilizzino l’invenzione. Nessuno può sfruttare l’invenzione protetta senza il consenso del titolare del brevetto.

Un’invenzione protetta con un brevetto, sia essa un prodotto, un dispositivo una sostanza chimica, un metodo o un procedimento non può essere prodotta, commercializzata, posta in vendita, importata o in altro modo sfruttata per scopi industriali o commerciali da parte di terze parti.

Se il brevetto si riferisce ad un procedimento, il titolare può impedire ad altri di attuarlo ed anche, nella maggior parte dei casi, di utilizzare o sfruttare il prodotto diretto di tale procedimento.

Come strumento economico, i brevetti costituiscono uno dei fattori – oltre alla qualità dei prodotti, la competenza nella distribuzione e nell’assistenza ai clienti – che sono di fondamentale importanza per sviluppare ed affermare la posizione di un’azienda nel mercato.

L’obiettivo e lo scopo del sistema dei brevetti è quello di promuovere la ricerca e lo sviluppo permettendo adeguata protezione delle innovazioni tecnologiche meritevoli.

Le invenzioni costituiscono un indicatore di creatività e conducono all’uso di metodi e mezzi di produzione nuovi e perfezionati. Hanno la funzione di stimolare e rafforzare la realizzazione di nuovi prodotti.

L’importanza economica dei brevetti è molto ampia e deriva dal fatto che i titolari dei brevetti possono sfruttare le loro invenzioni per un periodo che si estende fino a 20 anni con esclusione dei loro concorrenti.

Durante questo periodo essi possono non solo recuperare i costi in cui sono incorsi per lo sviluppo del loro progetto, ma anche ottenere un adeguato ritorno dei loro investimenti.

La protezione efficace di un brevetto rappresenta lo stimolo e la condizione determinante per gli investimenti in ricerca e sviluppo e l’orientamento dei capitali d’impresa in ricerca e sviluppo a sua volta forma la base di ulteriori innovazioni tecnologiche- Questo circolo virtuoso porta ad una maggiore competitività ed incrementa la crescita economica.

Quindi, un brevetto consiste in un diritto di esclusiva ed è sottoposto a limiti territoriali e di tempo.

Nella maggior parte dei Paesi, la durata dei brevetti è stata fissata in 20 anni, purché sia pagata una tassa annuale di mantenimento.

Per poter essere brevettata, un’invenzione deve essere nuova, ossia non deve essere stata divulgata in precedenza, deve essere originale, ossia non deve derivare da un mero esercizio di aggregazione di idee precedentemente note ma deve presentare attività inventiva, e devono poter essere applicate in campo industriale (compresa l’agricoltura).

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ProntoPro Blog

Oggi mi sento di consigliarVi l’accesso ad un blog che mi pare veramente interessante.

Si tratta di un blog che, in base ad alcune indicazioni, Vi permette di trovare il professionista più adatto alle Vostre esigenze, quello che state cercando. E non solo: se sei un professionista alla ricerca di nuovi clienti, su questo blog puoi trovare la tua rispostal.

Sfogliando le sue pagine, ho trovato suggerimenti molto utili e notizie su argomenti di cui avevo conoscecnze solo superficiali.

Darci un’occhiata comporta poco impegno ma VI offre una panoramica sul mondo professionale davvero insostituibile.

Ecco perchè io ho aggiunto ProntoPro Blog tra le mie pagine preferite.

Ho aggiunto il link tra quelli suggeriti che trovere sul menù.

Potete accedere a ProntoPro Blog la seguente link

Grazie e buona navigazione.

Stefano

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PATENT BOX, UNA INUTILE PERDITA DI TEMPO O UN’OPPORTUNITÀ DA NON LASCIARSI SFUGGIRE.

PatentBoxDal 2015 è attivo il cosiddetto “Patent Box”. Devo premettere che non amo molto gli inglesismi, soprattutto quando non sono necessari, vedi l’uso di “location”, “jobs act”, “spending review”. Se dobbiamo rivalutare la dignità dell’Italia, se dobbiamo valorizzare la nostra da sempre innegata creatività, rilanciare la qualità delle imprese italiane e dei loro prodotti, sostenere la nostra storica cultura, allora cominciamo a non bistrattare proprio dalla lingua. Ma in questo caso, devo necessariamente arrendermi, perché una espressione italiana corrispondente così sintetica ed esaustiva non credo sia possibile.

Il patent box è uno strumento che permette una riduzione fiscale sui redditi prodotti dall’impiego dei cosiddetti beni immateriali. E’ uno strumento che in diversi altri paesi Europei è in vigore da diversi anni, ma rispetto a quelli esteri il patent box italiano presenta alcuni vantaggi (almeno per ora) ed alcuni inconvenienti.

Il vantaggio principale rispetto al altri paesi è che il patent box italiano non si applica solamente ai redditi derivanti dai brevetti, ma anche a quelli che risultano da modelli industriali e design, dai marchi d’impresa, e dal know-how (altro termine inevitabilmente in Inglese). Occorre porre in rilievo che per quanto riguarda i marchi, probabilmente, nei prossimi mesi interverrà una correzione che li escluderà dall’applicazione del patent box, in quanto non sono così strettamente collegati con lo sviluppo tecnologico ma rientrano piuttosto nella sfera più squisitamente commerciale, contribuendo alla creazione del cosiddetto “brand” (altro termine di difficile traduzione, che spesso ho sentito avvicinare a “marca”, ma che in realtà abbraccia un ambito ben più vasto).

L’inconveniente, invece, riguarda l’applicazione vera e propria dello strumento. Ai nostri politici piace molto la complessità, le leggi devono essere (chissà perché) ben articolate, fino a diventare di difficile applicazione ed interpretazione, se non da parte di esperti che da tempo si dilettano a dipanare le intricate matasse legali, e con l’ausilio di immancabili successivi chiarimenti e precisazioni del legislatore o dell’agenzia delle entrate.

Ecco, nel patent box sono stati introdotti calcoli complessi, che non sto qui ad illustrare, che hanno la funzione di determinare, in modo del tutto teorico e quindi inutilmente complicato, l’extra-reddito, ossia la contribuzione al reddito determinata dall’esistenza del bene immateriale, ossia del brevetto, del marchio o del know-how.

Si distinguono diversi casi: un primo caso prevede l’utilizzo indiretto del bene immateriale, ossia l’uso di un brevetto o di un marchio in concessione di licenza a terzi. In questo caso, l’extra-reddito appare evidentemente costituito dalle royalty percepite; il secondo caso, invece, riguarda l’uso diretto del bene, per cui l’extra-reddito deriva dal maggior numero di vendite determinato dall’apporto della tecnologia difesa dal brevetto o dalla indicazione alla clientela veicolata dal marchio.

Detta così sembrerebbe una cosa da poco, ma in realtà quello che si incontra nel secondo caso è un compito assai arduo. A mio parere, sarebbe stato più logico stabilire una percentuale fissa, magari di minore entità, ma di più semplice applicazione.

Questo avrebbe permesso di usufruire magari di una minore detrazione fiscale, ma avrebbe comportato nella maggior parte dei casi un sostanziale risparmio nelle spese per la determinazione dell’extra-reddito.

Per questi casi è infatti previsto un procedimento di “ruling” (si poteva chiamare contraddittorio) da instaurare con l’agenzia delle entrate, in base al quale viene stabilita la congruità (od eventualmente corretta l’entità) della cifra designata come extra-reddito.

A parte i tempi per ottenere risposta ed infine conferma sulla cifra, per la determinazione di tale cifra occorre predisporre strumenti di tracking e tracing, al fine di isolare le cifre di entrate ed uscire relative a ciascuno dei beni per cui si chiede l’applicazione del patent box, e che devono essere trattati separatamente.

E’ quindi necessario predisporre personale, mezzi e tempi per l’acquisizione e la composizione dei dati, per poi magari scoprire che il vantaggio fiscale è molto limitato o addirittura non copre le spese sostenute per predisporre tali personale, mezzi e tempi.

In molti casi, tuttavia, quando il numero di beni immateriali trattati è limitato e il volume di dati da trattare è circoscritto, pare che l’applicazione del patent box sia conveniente.

Si tratta, in pratica, di stabilire a priori, caso per caso, se vale la pena affrontare un percorso che può risultare tortuoso ed accidentato, e che invece a volte appare dritto e scorrevole.

In ogni caso, vale la pena dedicare un po’ di tempo alla valutazione dell’opportunità di iniziare questo percorso, anche perché rispetto ai normali finanziamenti ed agevolazioni esso presenta il vantaggio di non prevedere un budget limitato, quindi tutti colore che potenzialmente possono usufruirne avranno la possibilità di farlo senza rischio di dover ricevere un rifiuto per esaurimento dei fondi. Inoltre, essendo la cifra significativa determinata di concerto con l’agenzia delle entrate, sono escluse successivi accertamenti o vertenze, dato che si agisce su autorizzazione della medesima agenzia.

Resta il fatto che un meccanismo più semplice forse avrebbe avuto un maggiore successo, dal momento che nel 2015 le domande presentate sono state solo 4500.

Rimane il dubbio che tale complicazione non sia del tutto casuale.

DESI 2016, sviluppo della digitalizzazione in Italia ed Unione Europea

digitalizzazioneSecondo i dati DESI (Digitalizzazione dell’Economia e della Società), stiamo assistendo ad un deciso miglioramento del livello complessivo di digitalizzazione nei Paesi dell’UE, se considerati nel loro complesso Questo sarebbe il risultato della combinazione di diversi indicatori, utilizzati con modalità ponderale. Gli indicatori, ne sono stati presi in considerazione 30, si riferiscono all’estensione della banda larga, ai costi per avere accesso ai servizi, alla velocità che la rete riesce ad offrire e sono stati classificati secondo 5 categorie riguardanti, oltre ai servizi pubblici digitali, l’integrazione delle tecnologie digitali, le competenze digitali e più in generale la connettività e l’attività online.

In sostanza, gli indicatori sono stati utilizzati al fine di stilare una classifica dei paesi aderenti all’Unione, con l’intendimento di valutare il livello di digitalizzazione specifico di ciascun paese. Non stupisce certamente la conclusione secondo cui persistono e persisteranno ancora a lungo profonde differenze tra i vari Stati, vista la recente e non ancora superata crisi economica che impone ai medesimi scelte di bilancio in altra direzione, con obiettivi di aggiustamento del deficit o riduzione del debito pubblico piuttosto che di sviluppo verso la digitalizzazione.

Così se primeggiano Danimarca, Olanda Finlandia e Svezia, fanalini di coda, e non c’era che da aspettarselo, comprendono l’Italia (25esima posizione), la Grecia, la Romania e la Bulgaria.

Scendendo in dettaglio, per quel che riguarda i servizi pubblici digitali (da tempo promessi e sbandierati da anni dai governi che si sono succeduti) occorre rilevare che mentre i servizi di e-government hanno riportato un miglioramento di un (misero) 7% rispetto all’anno precedente, il numero di cittadini che utilizzano effettivamente questi servizi non si è sostanzialmente discostato dal precedente 18%. Difficile dire se questo dato deludente sia dovuto alla scarsa disponibilità dei servizi pubblici digitali messi effettivamente a disposizione (negli Stati più avanzati questi servizi permettono ai cittadini di utilizzare internet anche per atti che da noi richiedono ancora la presenza fisica del cittadino presso l’organo destinato a perfezionare tali atti, come ad esempio la denuncia della nascita di un figlio o il cambiamento dell’indirizzo di residenza) o se invece sia il risultato di una cultura lenta ad evolvere ed ancora molto attaccata alla carta ed al compimento fisico degli atti (nei paesi avanzati anzidetti il numero di cittadini che interagiscono con la pubblica amministrazione tramite servizi telematici raggiunge il 32%).

Sul versante commerciale/industriale, con riferimento alle tecnologie digitali, il commercio online ha iniziato ad assumere una certa importanza, dimostrandosi uno strumento essenziale per accrescere il volume d’affari mantenendo le spese aggiuntive invariate o comunque molto limitate. Eppure, nell’intera UE, solo il 16% delle piccole e medie imprese riesce a realizzare una vendita soddisfacente tramite la rete e solo il 7,5% riesce a realizzare un livello di export di rilievo con i nuovi mezzi tecnologici di vendita a distanza. In Italia la crescita delle aziende che utilizzano internet per accedere al mercato è salito nell’ultimo anno dell’1% che, seppure sembri un valore risibile, in realtà se paragonato al livello di utilizzo delle imprese italiane che non supera il 6,5% (valore anche questo piuttosto deludente rispetto al 16% di media della UE) rappresenta invece una fetta sostanziale. Più interessante e confortante il dato delle aziende italiane che riescono ad accedere al mercato estero tramite internet, dato che raggiunte un, tutto sommato, brillante 5,5%.

Se si considerano i profitti che l’e-commerce riesce a realizzare, un sospiro di sollievo deriva dal risultato del l’8,2% contro una media Ue è pari al 9,4%, ottenendo un incoraggiante raddoppio rispetto ai precedenti dati DESI.

E questi risultati, anche quando sono deludenti per il nostro Paese che, da un lato, si vanta dei propri cervelli e delle capacità imprenditoriali che ne caratterizzano il tessuto industriale ma che, dall’altro lato, sembra in realtà fare di tutto per ostacolare il cammino di queste capacità con pastoie burocratiche e scarsi investimenti per innovazione nelle infrastrutture tecnologiche, sono invece sorprendenti, segno di un’attività fervente che anima, sostiene e sospinge la comunità industriale e commerciale.

E questo, passando ad esaminare le competenze tecnologiche digitali, a fronte del fatto che solo il 43% dei cittadini italiani possiede competenze digitali di base, come conseguenza, da un lato, del basso livello di istruzione che caratterizza la nostra popolazione, e dall’altro dall’invecchiamento sempre più avanzato. Ci rassicura il fatto che, comunque, si riscontra un aumento del 4% di coloro che usano internet tra i nostri connazionali che hanno un’età compresa tra 16 e 74 anni, portando il dato globare fino al 63% ed avvicinandosi alla media europea, tuttavia ancora lontana, del 76%.

Si deve ancora riscontrare che quasi il 45% dei cittadini europei è privo di competenze digitali di base, cosa che impedisce loro di utilizzare la posta elettronica o gli strumenti di editing orami di uso comune, o di installare nuovi dispositivi.

E veniamo alle note dolenti riguardo alla connettività, con un 8% di maggiore copertura con banda larga per l’Italia che si attesta ad un valore inferiore alla media UE del 44%, e questo a fronte di un numero degli abbonati sostanzialmente corrispondente con i dati medi europei, che vedono 75 abbonati ogni 100 abitanti. Ma questo dislivello evidentemente impone l’accesso alle stesse risorse da parte di un numero maggiore di utenti, con conseguente scadimento del servizio offerto e dei risultati ottenuti. Il tutto si riduce in maggiori costi e minore efficienza.

E inevitabilmente, tutte le limitazioni evidenziate in precedenza si riflettono sull’attività online degli utenti, che risulta pari al solo 39% contro una media europea del 65% di utenti internet che effettua acquisti online. Lo scarso utilizzo del mezzo telematico è al tempo stesso conseguenza e causa della situazione pressoché stagnante in Italia, anche se una percentuale sempre più elevata di utenti italiani risulta essere propensa ad utilizzare servizi di home banking (43%) giungendo ad un piazzamento più decoroso, ma ancora distante dalla media europea del 57%.

(Dati DESI).

Altro articolo consigliato su questo argomento desi passo del gambero del digitale italiano

Lampadine a incandescenza 2.0 – La vendetta! Ovvero il ritorno delle lampadine a incandescenza

Un nuovo accorgimento permette un migliore rendimento delle lampadine a incandescenza la cui commercializzazione era stata sospesa nel 2013.

Ve le ricordate le vecchie lampadine ad incandescenza? Ma sì, quelle che facevano poca luce ma scaldavano tanto tanto?

In effetti, si deve considerare che le vecchie lampadine hanno sempre sofferto di un grave problema: il 95% dell’energia spesa veniva dissipata come calore (radiazione infrarossa) e solo il 5% di essa effettivamente produceva luce.

Nulla di strano, quindi, se dal Gennaio 2013 questo mezzo di illuminazione inventato nel 1878 da T.A. Edison ed utilizzato per tantissimi anni, è stato messo fuori commercio vietandone addirittura la vendita.

La lampadina ad incandescenza è costituita da un bulbo di vetro, all’interno del quale viene creato il vuoto ed è contenuto un filamento, in genere di tungsteno. Il filamento viene attraversato da una corrente elettrica diventando incandescente e generando calore e luce, secondo le proporzioni indicate in precedenza.

Se in inverno, quando la temperatura si abbassa, parte del calore prodotto dalle lampade poteva essere recuperato nel riscaldamento degli ambienti (al punto che alcune invenzioni prevedevano proprio di applicare un ventilatore ad un lampadario con lampade ad incandescenza con lo scopo di riscaldare l’ambiente in cui esso era installato), nei periodi più caldi il calore prodotto dalle lampade ad incandescenza andava a sommarsi a quello già presente nel locale, e magari a quello che doveva essere rimosso tramite l’impianto di condizionamento. Un’apoteosi dello spreco.

Ecco perché la scelta di impedire la vendita delle lampade ad incandescenza, anche se in uso ve ne sono ancora parecchie, appare essere stata ragionevole.

Ora però pare che i ricercatori del Massachusetts Institute of Technology (MIT) e la Purdue University, dell’Indiana, abbiano sviluppato una nuova tecnologia sconvolgendo il rapporto di produzione calore/luce. E’ così nata la lampadina ad incandescenza 2.0 (o almeno per ora il suo prototipo).

L’uso della fotonica 

Come i vecchi modelli, la nuova lampadina contiene un filamento metallico riscaldato che anch’esso emette un po’ di luce e molto calore. Ma invece di lasciare disperdere questo calore sotto forma di radiazione infrarossa, un dispositivo secondario circonda il filamento e cattura questa radiazione, provocandone il ritorno verso il filamento.

Quindi il filamento non emette più altro calore, anzi riacquisisce calore emesso in precedenza diminuendo la dissipazione di energia.

In sostanza, il dispositivo è costituito da un cristallo fotonico con nano-struttura, formato da una pila di strati di materiali che filtrano la luce secondo la sua lunghezza d’onda: passa la luce visibile la le radiazioni infrarosse vengono bloccate.

Si tratta quindi di riciclare il calore che andrebbe disperso utilizzandolo per riscaldare a sua volta il filamento, diminuendo il consumo di energia.

I primi test condotti al MIT indicano che i prototipi realizzati hanno raggiunto per il momento un rendimento del 6,6% contro meno del 3% per una lampadina convenzionale, ma i ricercatori credono di poter raggiungere una resa del 40%.

Secondo Marin Soljacic del MIT, questa soluzione permette di riciclare energia che altrimenti andrebbe persa.

Ma, e forse questa considerazione potrebbe apparire più interessante, oltre a servire per la fabbricazione di lampadine, il metodo può avere altre applicazioni, in particolare nel termo-fotovoltaico e può migliorare le prestazioni dei pannelli solari e dei moduli fotovoltaici.

In ogni caso, occorreranno ancora alcuni anni prima di vedere sul mercato lampadine e dispositivi che utilizzano questa nuova tecnica.

(fonte Science et Avenir)

articolo originale

http://www.sciencesetavenir.fr/high-tech/conso/20160113.OBS2730/le-retour-des-ampoules-a-incandescence.html

FORME SEMPLICI E DISTINTIVITÀ DEL MARCHIO

Mi è capitato a volte che un Cliente mi chiedesse di registrare un marchio costituito da una figura geometrica molto semplice. A parte alcuni casi esplicitamente esclusi in quanto non atti a distinguere i prodotti od i servizi, come ad esempio un poligono colorato, non si può escludere tout-court la registrabilità di un segno, soprattutto se questo ha assunto carattere distintivo in seguito al suo uso.

Vediamo di capire meglio il concetto usando un esempio pratico.

La ditta Shoe Branding Europe BVBA ha presentato una domanda di registrazione per il segno illunstrato in figura, costituito da due strisce oblique parallele di uguale larghezza. La richiesta si riferiva ad un marchio di posizione, ossia caratterizzato oltre che dalla conformazione grafica anche per il fatto che esso era posizionato sulla parte inferiore della gamba dei pantaloni. Image1

La linea tratteggiata non è compresa nel marchio ma indica la sua posizione. Classe 25 cioè’ Abbigliamento, pantaloni per sport e tempo libero.

L’UAMI ha respinto la domanda TM per il fatto che esso è privo di carattere distintivo (articolo 7 (1) b), RMC) ed ha motivato la decisione anche in base al fatto che i prodotti indicati sono prodotti di largo consumo, diretti al grande pubblico con un livello normale di attenzione.

In effetti, il segno che costituisce il marchio è estremamente semplice e, e secondo la giurisprudenza, un segno di questo tipo, costituito da una figura geometrica di base, è privo di carattere distintivo, ossia non è idoneo a generare nel pubblico con un livello normale di attenzione la consapevolezza di trovarsi di fronte il prodotto realizzato proprio da quella particolare azienda.

Chiaro quindi. Eppure, rimane famoso l’esempio, classico, delle tre linee parallele della Adidas, che pur essendo tra le forme più semplici, rappresentano anche uno dei marchi più forti e difficili da contraffare.

L’eccezione deriva dal fatto che il marchio ha acquisito distintività in seguito al suo uso, vale a dire che il grande pubblico con un livello di attenzione normale attribuisce già agli articoli che portano questo segno, ancorché semplice e teoricamente facile a confondersi, la corretta provenienza di produzione, così che il marchio può vantare i diritti di privativa.

Anche la posizione è soggetta a questo vincolo. Infatti, se nel marchio della Shoe Branding Europe BVBA si tiene conto della posizione del segno sui pantaloni, oltre che delle sue dimensioni relativamente piccole, esso sarà probabilmente percepito dal pubblico di riferimento come elemento decorativo e non come un’indicazione dell’origine commerciale del prodotto.

Anche in questo caso rileva l’esempio di Adidas, nel quale le righe parallele sono disposte lungo la cucitura della gamba del pantalone, ancor più assimilabili ad elementi decorativi, ma anche in questo caso riconosciuti come atte a distinguere l’origine commerciale di questi prodotti.

Del resto, se fosse vero che qualsiasi forma geometrica, compresa la più semplice, ha un carattere distintivo in virtù del fatto di essere apposta con un certo angolo in una particolare porzione del lato di un paio di pantaloni sportivi, allora alcuni produttori potrebbero appropriarsi di semplici forme decorative, che devono invece rimanere accessibili a tutti, sempre che il segno non abbia acquisito capacità distintiva in seguito all’uso.

 

VI RACCONTO UNA STORIA

Avete un minuto ?

Vorrei raccontarvi un fatto (vero) che mi è capitato un paio di serate fa.

Ero a cena presso un ristoImmagineBanner-Rrante con degli amici. Non ero mai andato prima in quel ristorante, ma il suo nome, “Dal Bischero”, era identico a quello di un locale che conoscevo e che aveva chiuso l’attività alcuni mesi prima. Ritenendo, quindi, che il gestore fosse lo stesso, e che il ristorante aveva solo cambiato sede, ho chiesto al ristoratore conferma di ciò, anche perchè non mi pareva che fosse la stessa persona che gestiva il locale chiuso. Egli ha reso certezza i miei dubbi, dicendomi che, in effetti, quel locale che ricordavo nulla aveva a che fare con il suo ristorante.

Anzi, quel locale, ora chiuso, gli aveva invece procurato un sacco di guai. Pur trovandosi alla distanza di una quarantina di chilometri, era capitato sovente che alcuni clienti prenotando in uno dei locali si erano poi recati nell’altro, rimanendo contrariati dal fatto di trovare il locale al completo, senza posto disponibile, oppure di ricevere un servizio diverso da quello che si aspettavano. Questo fatto gli ha procurato fastidi, malintesi e conseguenti dispiaceri con la clientela, ed alcuni potenziali clienti non si sono più visti, mentre altri clienti consolidati, contrariati, hanno preferito altri locali.

Ho parlato al gestore dell’opportunità e (spesso) della necessità di registrare il proprio marchio. Un marchio non registrato, infatti, può essere liberamente usato da chiunque, mentre l’uso di un marchio registrato può essere contrastato ed impedito.

La sua risposta laconica è stata “Ma sa quanto mi costerebbe ?” Gli ho risposto che la registrazione di un marchio costa molto meno di quanto non si aspettasse, e che si chiedesse invece quanto gli era costata la perdita di clienti dovuta alla confusione tra i due locali.

Gli ho anche suggerito di pensare a quante persone quei clienti perduti avevano raccontato la loro esperienza e manifestato il proprio disappunto.

Era valsa la pena risparmiare sulla registrazione del marchio?

LA CORTE DI CASSAZIONE RESTRINGE L’USO DELLA BANDIERA ITALIANA E DI RIFERIMENTI QUALI “PRODOTTO ITALIANO” SU ARTICOLI CHE NON HANNO ORIGINE DAL TERRITORIO ITALIANO

La Corte di Cassazione ha affrontato lo scottante problema dell’uso improprio dell’italico vessillo e dell’espressione “PRODOTTO ITALIANO” su prodotti che sono stati solamente confezionati in Italia, ma che hanno origine da altro Paese.

La decisione n. 42874/14 porta la data del 14 Ottobre 2014 e stabilisce che l’uso della bandiera italiana e dell’espressione “PRODOTTO ITALIANO” sulla confezione degli articoli fornisce una ulteriore informazione (non veritiera) sulla provenienza degli articoli stessi, se questi sono stati prodotti in altro Paese ed in Italia sono stati solamente confezionati.prodotto-italiano

Questa pratica costituisce un vero e proprio reato di frode, previsto dal Codice Penale all’Art 515.

Il caso in specie riguardava dei funghi confezionati in Italia ma aventi origine da Paesi al di fuori dell’Unione Europea. In pratica, i funghi non avevano subito una “sostanziale trasformazione” sul territorio italiano, come previsto dalla legge affinché essi potessero fregiarsi dell’ambito riferimento alla tradizione italiana.

In precedenza, nel mese di febbraio, il GIP del tribunale di Benevento aveva ordinato il sequestro degBandieraCiboli impianti utilizzati per il confezionamento dei funghi, nonché di tutti i prodotti già confezionati. Poi il Tribunale del Riesame aveva confermato l’ordinanza nel mese di marzo, ma i difensori dell’Azienda avevano presentato ricorso per cassazione.

Questa ha affermato che il mero confezionamento delle merci sul territorio italiano non può essere considerato come trasformazione sostanziale in base all’Art. 36 sezione II del Regolamento 450/08, che, come noto, ha integrato il ben noto Codice Doganale Comunitario, secondo cui l’ultima trasformazione sostanziale di un prodotto, che subisce fasi del processo produttivo in più di un Paese, può essere presa come riferimento per la determinazione del Paese di origine del prodotto.

La conclusione della Corte di Cassazione quindi conferma che l’uso dell’espressione “PRODOTTO ITALIANO” e della bandiera italiana sulla confezione di un prodotto che proviene dall’estero e che è stato solamente confezionato in Italia deve essere considerato ingannevole per il consumatore. Di conseguenza, questo comportamento deve essere ritenuto illecito ed atto a costituire una frode in commercio, secondo l’Art. 515 del Codice Penale.